«Tutti parlano di design, pochi sanno veramente cosa sia e quale grado di complessità si nasconda dietro un territorio e delle aziende in grado di fare del design il proprio progetto di sopravvivenza e successo. L’esperienza di tre anni di gestione umbra della più grande associazione di design d’Italia, l’ADI, titolare del più famoso premio di design del mondo, il Compasso d’Oro, mi ha svelato che il segreto della via italiana all’eccellenza è molto simile in tutte le regioni. Questo mi porta a considerare cha anche in regioni come l’Umbria dove moltissime aziende mostrano segni di stanchezza per la loro incapacità a rinnovarsi può innestarsi il virtuoso meccanismo che spesso porta alla produzione di qualità».
Veneto, Mestre, gennaio 2008 dai maestri vetrai della Vistosi
«Due anni fa fui invitato con il mio socio Marco Pietrosante da un amico designer, Mauro Olivieri, art director di un’azienda veneta produttrice di lampade in vetro soffiato, a visitare lo stabilimento di produzione in previsione di poter partecipare con un progetto alla collezione dedicata al design contemporaneo.
Di quell’esperienza conservo un ricordo vivo e anche numerosi scatti fotografici.
Luoghi e personaggi sarebbero potuti vivere tranquillamente secoli fa perché nelle tecniche di produzione ben poco è cambiato nel tempo. E non sono mai riuscito a spiegarmi come fosse possibile che da quella tecnologia e da quelle situazioni potessero uscire oggetti così belli e miracolosi. Perché quella situazione è figlia di parecchi paradossi. Un impianto industriale apparentemente fatiscente eppure corredato dei giusti elementi produttivi, un’entrata da romanzo cyberpunk dove gli unici elementi contemporanei erano le auto parcheggiate di fronte alla fabbrica.
Piccoli incandescenti forni sparsi delimitano postazioni e competenze diverse, buche e botole proteggono gli stampi, lunghe canne di vetro vuote ed altre con un fondo di silicio arroventato, sono manovrate in continuazione da uomini in perenne movimento. Ognuno ha un ruolo, non c’è bisogno di parlarsi, a loro modo seguono una linea di produzione feroce. La ruggine delle strutture inghiotte visivamente tutto e il pensiero fisso va all’ultima antitetanica che ti sei fatto.
Eppure da questo panorama improbabile escono oggetti meravigliosi, fatti in serie eppure diversi l’uno dall’altro:
– c’è il design, c’è la tecnologia perché anche se non appare l’azienda produce continuamente nuove modalità di produzione e nuovi tipi di prodotti primari
– c’è, eccome, il marketing perché da un’altra parte esiste un competente ufficio che decide le strategie di mercato insieme al settore commerciale, entrambi strutturati secondo le più recenti teorie.
E allora mi sono chiesto se non avessi vissuto un esempio archetipico del patrimonio dell’Italia in ambito produttivo ripetuto e ripetibile per una serie di analogie, in molte regioni».
Montefalco, dal dondolaro d’Italia alla Aedes

«Alcuni giovani imprenditori con piccole ma solide aziende sulle spalle, ci convocano per capire se fosse possibile resuscitare una produzione flagellata dalla concorrenza cinese perché per anni ha prodotto i dondoli da esterno, che riempiono i giardini e i terrazzi degli italiani, ma non essendosi mai rinnovata è stata distrutta dalla concorrenza asiatica che vende a metà prezzo lo stesso prodotto.
Con le dovute differenze la prima impressione è la stessa di Vistosi: un manto di ruggine estesa pronta ad infilarsi in ogni respiro, uomini resi grigi dal grasso e dal sudore, impianti di produzione che avrebbero fatto gola ai sabotatori parigini dell’ottocento.
Ma a ben pensare siamo di fronte ad una variegata situazione di uomini, mezzi, intenti, molto simile a quella Veneta e che connota abbastanza capillarmente vasti territori nel Paese e ancor più riassume molte delle caratteristiche, delle potenzialità e delle mancanze della produzione italiana.
È possibile risolvere il problema? Certamente, basta disegnare oggetti contemporanei che si adeguino ai cambiamenti comportamentali della gente, alle nuove scoperte in campo tecnologico e dei materiali, basta individuare un piano di lavoro con un target ben preciso e una rete distributiva efficace. Se poi ti copiano ancora tu fai un nuovo prodotto.
L’Umbria è bella, è verde, è piena di tradizioni e di maestri artigiani, l’Umbria è tutto questo perché è chiusa. Il suo maggior pregio è oggi anche il suo difetto che la pone per molti versi in ritardo nell’adeguamento alle novità del mercato».
Deruta, la città della ceramica

«Assorbe circa il 30% del mercato nazionale della produzione di ceramica decorativa è una città monumento destinata alla tumulazione se in fretta non cambia politica.
Circa 400 piccole aziende riproducono da 400 anni gli stessi oggetti con le stesse tecniche. Bello, si può pensare, se non fosse che i cinesi inondano il mondo con copie identiche prodotte in un posto chiamato anch’esso casualmente Deruta e sito in Cina. Anche i torpedoni di americani arrivano stanchi e demotivati, forse hanno già comprato su internet. Falcidiate in automatico duecento aziende.
I soliti problemi, grande potenzialità artigianale ma totale mancanza di innovazione espressiva e tecnologica».
Città di Castello, città di Burri… e dei mobili
«In questa Città ci sono quasi la metà dei produttori di mobili presenti in Umbria, ma se possibile la situazione è ancora più difficile. Bravi artigiani che da quarant’anni producono tavoli, cassettoni e librerie in stile. Il dramma non è tanto che si copino, il dramma è che lo stile è solo presunto ma in realtà non è mai esistito. Potremmo definirlo come un assemblaggio di stucchi e modanature.
L’Umbria delle aziende in crisi è molto simile a queste storie e si divide nettamente da quella parte della regione che in settori diversi ha da sempre e con lungimiranza applicato le regole basiche per potersi innovare ed espandere in tutto il mondo».
Miralduolo di Torgiano, Perugia, Listone Giordano
«I luoghi comuni sulle aziende Umbre si sgretolano perché già da lontano appare uno skyline che integra architettura e natura alla maniera nordeuropea o americana. Ma poi quando il padrone di casa, Margaritelli ti spiega che stai assistendo ad una modalità produttiva molto all’avanguardia e che tutto nasce da un brevetto locale sulla costruzione di un parquet resistente e stabile ai cambiamenti climatici e che tutto è made in Umbria e ti senti a casa, capisci che i modi per fare le cose sono tanti.
La faccio breve: un camion pieno di tronchi entra in un hangar, bello da vedere, dopo un po’ di tempo da un’altra parte escono pallet con i listoni lavorati, preparati, imballati e pronti per andare in giro per il mondo. Tutto automatico!
Dici si! Ma gli alberi abbattuti? Li ripiantiamo in foreste da noi acquistate, risponde Andrea.
Dici si! Ma è possibile fare design su un parquet? È possibile e l’azienda ha appena vinto un riconoscimento speciale, il Premio dei Premi, ritirato direttamente dalle mani di Napolitano. E i prodotti quando vuole li presenta al Moma di New York…»
Spoleto, Chiavari, la terza via

«Chiudo con Chiavari perché parlare di Margaritelli è troppo facile.
Un’azienda medio/piccola, di eccellenza nella lavorazione del legno, che ha sempre lavorato come terzista o come braccio armato per architetti famosi per costruire locali, e che si è coraggiosamente buttata sul prodotto.
Un ricordo su tutti: per un negozio di Bulgari ho assistito alla decima passata di carta vetrata per un semplice sportello.
Con una boiserie e una collezione di cucce per cani e gatti, di nicchia si intende, Chiavari s’inventa due brand di prodotto sfruttando al meglio le potenzialità dell’azienda in un mix che esalta la produzione di serie con un’incredibile esperienza artigianale».
Il nostro futuro
«Sentendo i media la formula sembra semplice: l’Italia può offrire prodotti finiti, di alto livello specialmente nel settore dell’arredo innovandosi continuamente con le capacità da tempo riconosciute alla Penisola: aziende di confine fra la grossa produzione e la capacità artigianale che si propongano al mondo facendo continuamente ricerca di marketing e design.
Ma se è facile per tutti riconoscere e apprezzare il design in settori come le automobili, le moto, la tecnologia, è altrettanto difficile pensare che quello stesso grado di novità possa entrare nelle nostre case attraverso l’arredamento.
Dunque i produttori e i distributori hanno paura. La casa è il luogo tradizionale per eccellenza:
la casa è il rifugio, è solidità, protezione, ha ritmi lenti, è consolatoria, deve infondere sicurezza, è conservazione, è classicità.
La produzione legata alla tradizione, al manierismo, allo stilismo ha interpretato questa esigenza.
Ha soddisfatto tutta quella generazione espropriata della propria intimità, dalla guerra.
Tutto questo potrà forse ripetersi nei nuovi mercati emergenti europei e asiatici, ma nei paesi occidentali avanzati quel mercato è saturo perchè i figli dei figli hanno altre icone, nuovi riferimenti e nuovi comportamenti.
Vedono la televisione e il cinema con le scenografie sempre più legate al linguaggio della contemporaneità, vedono ristoranti, hotel, luoghi pubblici come i teatri, i cinema, le stazioni, gli aeroporti disegnati con nuovi linguaggi.
Bisogna prepararsi a un mercato che connubi la storia e la tradizione con i bisogni e i sogni del mercato attuale.
Senza avere paura e con una buona dose di razionalità».
Francesco Subioli
Presidente Delegazione ADI Umbria
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