«Non c’è pericolo. La comunità scientifica continua a confermarmi che la situazione è favorevole». Rispondeva così Bernardo de Bernardinis, Vice Capo settore tecnico operativo del Dipartimento Nazionale della Protezione Civile, ai giornalisti che il 30 marzo del 2009 gli chiedevano se ci si dovesse allarmare per lo sciame sismico che da alcuni mesi preoccupava la popolazione dell’Aquila. «Anzi è una situazione favorevole» aggiungeva «perché c’è uno scarico di energia continuo». Neanche una settimana dopo, il 6 aprile, alle ore 3:32 del mattino un terremoto di magnitudo pari 6,3 gradi della scala Richter radeva al suolo la città e molti paesi limitrofi, provocando 308 morti e decine di migliaia di sfollati.
Tutti sanno che non si può prevedere un terremoto ma secondo il Sostituto Procuratore della Repubblica Fabio Picuti, de Bernardinis sarebbe responsabile di omicidio colposo insieme ad altri sei componenti della Commissione Nazionale per la Previsione e la Prevenzione dei Grandi Rischi. «Non sono pazzo», ha dichiarato il pubblico ministero «So che non possono prevedere i terremoti. Alla base delle accuse non c’è il fatto che non abbiano predetto il sisma. Come funzionari dello stato avevano doveri imposti dalla legge: valutare e caratterizzare i rischi che c’erano a L’Aquila». E identifica «la prova certa del collegamento causale tra la condotta degli imputati e l’evento lesivo» nella memoria depositata il 13 luglio scorso presso il Tribunale dell’Aquila. Secondo Picuti, infatti, le dichiarazioni rilasciate dai membri della commissione dopo la riunione del 30 marzo hanno portato alcuni aquilani a modificare “consolidate abitudini di prudenza adottate in precedenti identiche circostanze”. Così almeno 32 persone che hanno deciso di non uscire di casa nonostante le scosse aumentassero sono rimaste uccise nel crollo delle loro stesse abitazioni.
Omicidio colposo, dunque, l’accusa per Bernardo De Bernardinis in collaborazione con Franco Barberi, presidente vicario della Commissione grandi rischi, Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi direttore del centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto Case, Claudio Eva, ordinario di fisica all’università di Genova e Mauro Dolce direttore dell’Ufficio rischio sismico di Protezione civile.
La vicenda ha avuto ampia eco a livello internazionale, soprattutto nel mondo della scienza. L’AAAS (Associazione Americana per l’Avanzamento della Scienza) e l’Unione Geofisici Americani hanno manifestato il loro sostegno nei confronti dei colleghi italiani. L’AAS ha perfino inviato una lettera al Presidente Napolitano in cui bollava il comportamento dei pubblici ministeri come “ingiusto e ingenuo.”
La rivista Nature ha dedicato al processo italiano un ampio reportage in cui i giorni precedenti il terremoto sono ricostruiti attraverso la storia di un chirurgo aquilano, Vincenzo Vittorini, che nel crollo della sua abitazione ha perso la moglie e la figlia.
«Non è un processo alla scienza» sostiene Vittorini, che si è costituito parte civile. Le rassicurazioni degli scienziati, ripetute attraverso ogni medium, lo hanno portato a ignorare le misure di sicurezza che suo padre gli aveva insegnato. Che la zona sia caratterizzata da forte rischio sismico, infatti, è noto da secoli e le contromisure in caso di forti scosse si tramandano da generazioni. Poche semplici regole, recarsi in luogo aperto o nascondersi sotto un tavolo, utili non certo a prevedere il sisma ma quantomeno a limitare morti e feriti.
Le stesse contromisure che i bambini giapponesi apprendono fin dall’asilo e che hanno permesso, durante il terremoto che l’11 marzo scorso ha raggiunto il picco di 8,9 Richter, di evacuare rapidamente la popolazione. Perché nemmeno i giapponesi sanno prevedere i terremoti e quindi puntano sulla prevenzione dei rischi e sulla minimizzazione dei danni, soprattutto alle persone.
Nel Paese del Sol Levante non è infatti difficile imbattersi, nelle strade, negli uffici o nei centri commerciali, in cartelli che in modo semplice e chiaro spiegano come comportarsi in caso di terremoto, tsunami o inondazione. Accorgimenti dettagliati e ben mirati a seconda della fascia di età della popolazione: ogni giapponese è ormai abituato a portare con sé uno zainetto con i viveri di prima necessità e, in caso di calamità naturale, è perfettamente in grado di identificare in brevissimo tempo il miglior luogo dove potersi riparare.
Facendo dunque un parallelo fra ciò che è successo in Abruzzo e i continui terremoti che scuotono il territorio giapponese, la prima cosa da evidenziare non è tanto la differenza di sismicità fra le due aree, quanto il come vengano affrontati i rischi naturali ai quali entrambe le zone sono soggette: il ruolo dell’informazione e della comunicazione del rischio appare dunque fondamentale.
«Quando le persone, i giornalisti, mi chiedevano un’opinione sulle cose io ero solito dargliela, ma nulla di più. Gli scienziati devono stare zitti», ha affermato Enzo Boschi a proposito del suo modo di intendere il rapporto fra la comunità scientifica e la società sui possibili rischi.
Una presa di posizione forte e ben esplicativa della considerazione che hanno alcuni membri della comunità scientifica per la comunicazione pubblica della scienza e dei rischi tecnologici che negli ultimi vent’anni ha fatto passi da gigante soprattutto nei paesi anglosassoni.
Una comunità scientifica che come mai prima d’ora ha l’obbligo innanzitutto morale di informare e di confrontarsi coi diversi pubblici coi quali necessariamente comunica, indipendentemente dalla probabilità di un evento o dal tipo di tecnologia utilizzato per poterlo prevenire.
Proprio su quest’ultimo aspetto il Giappone ci insegna come, sebbene sia estremamente diffuso l’utilizzo di alte tecnologie per la limitazione dei danni provocati dai possibili terremoti, l’importanza di una comunicazione che tenga conto dell’impossibilità di eliminare alcuni rischi sia di fondamentale importanza, anche per creare un clima di fiducia nei confronti di una comunità scientifica che non può più nascondere i rischi indissolubilmente correlati alla tecnologia.
Nessuno, ovviamente, può prevedere come si evolverà il processo italiano. È certo però che si potrebbe trattare di un vero e proprio spartiacque per la comunicazione pubblica della scienza e per la comunità scientifica stessa, il cui ruolo informativo potrebbe trovare una definizione normativa. Un processo che, come riferisce Thomas Jordan, direttore del Southern California Earthquake Centre presso la University of Southern California a Los Angeles e presidente della Commissione Internazionale per la Prevenzione dei Terremoti (ICEF), potrebbe anche rilevarsi una vera e propria oppurtunità per la comunità scientifica, «per valutare le crescenti aspettative del pubblico su come debbano essere utilizzate le informazioni sulle catastrofi naturali. Il pubblico si aspetta informazioni autorevoli e trasparenti» – conclude Jordan – «e noi dobbiamo dire quello che sappiamo in modo esplicito».
Gianluca Carta e Martina Manieli
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