Nel ricco e avvincente dibattito sulla decrescita felice non bisogna perdere di vista il fatto che l’espressione in esame non è affatto incompatibile con lo sviluppo, anzi.
Per superare la crisi dobbiamo tornare a crescere e per crescere abbiamo bisogno di riforme strutturali, perché i nostri problemi sono essi stessi strutturali. Ma non è obbligando le persone a lavorare di più che si aumenta la crescita.
La società postindustriale, quella in cui viviamo oggi, non ha più al centro né l’agricoltura (come fino al ‘700), né l’industria (come fino al dopoguerra), ma la produzione di beni immateriali, servizi, valori, informazioni, cultura. Per la prima volta in una società il tempo libero è di gran lunga superiore al tempo di lavoro, prevale la qualità della vita. Oggi il tempo è la vera ricchezza.
Nella società del futuro, più longeva, si avrà più tempo libero; la cultura, l’omologazione globale prevarrà sull’identità locale. La cultura, infatti, è capace di generare risorse economiche.
Gli ingredienti della crescita sono immateriali; avere non più strade e ferrovie, ma più capitale umano e capitale sociale. I Paesi con più alti livelli di istruzione crescono più in fretta. Giappone e Corea del Sud insegnano.
Come aumentare allora il capitale umano senza incidere sulle casse dello Stato? Qualche esempio di riforme a costo zero proviene dall’economista Tito Boeri. In primo luogo, attivare i giovani che non lavorano, non fanno formazione, non vanno a scuola, i cosiddetti NEET (Neither in Employment, Not in Education or Training), prevedendo, dopo il fallimento delle lauree triennali, un contratto unico a tutele progressive per i giovani.
Inoltre, introdurre l’apprendistato universitario sul modello delle scuole di specializzazione tedesche. Boeri, poi, punta sull’immigrazione per avere il capitale umano di cui abbiamo bisogno fin da subito, senza cioè dover aspettare gli anni di studio universitario. Per attrarre immigrati istruiti, però, bisogna ridurre gli oneri burocratici che oggi gravano su di loro.
Anche il capitale sociale è molto importante, chiosa Tito Boeri, più difficile da creare perché consiste in un insieme di comportamenti diffusi e di norme sociali radicate nel tempo. Qui occorrerebbe una riforma della macchina dello Stato, perché il buon esempio delle istituzioni è il modo migliore per costruire capitale sociale.
Non si può parlare di decrescita felice senza citare Amartya Sen, il premio Nobel per l’economia del 1998, maestro del pensiero contemporaneo e autore di numerosi saggi.
Nei suoi scritti Amartya Sen spiega come sia possibile coniugare etica ed economia; di qui il passo verso la decrescita felice è davvero breve.
Nel saggio “La libertà individuale come impegno sociale”, Sen affronta, tra l’altro, il conflitto – vero o presunto – tra le esigenze di equità e i vincoli di bilancio. Come conciliare gli obblighi pubblici di una società con la necessità del rigore finanziario? Come valutare il peso degli interessi in gioco?
In questo campo abbondano i conflitti d’interesse; per esempio, fra equità distributiva e ricchezza complessiva, oppure fra la necessità di aumentare i salari minimi per consentire alle persone un decente tenore di vita e gli effetti di riduzione dell’occupazione derivanti da eventuali provvedimenti legislativi.
Ma, ripete Amartya Sen, come conciliare l’impegno sociale per l’eguaglianza con la necessità di rigore finanziario per non eccedere nella spesa pubblica? Non contrasto fra bene e male, ma conflitto fra due cose buone, ma discordanti fra loro.
La società contemporanea ha sviluppato l’idea di welfare state, almeno in linea di principio. Lo sviluppo del capitalismo ha portato con sé, insieme all’individualismo, l’impegno sociale e la tendenza all’integrazione e alla responsabilità dello Stato e della società civile. La critica socialista alle disparità create dal capitalismo resta ancora oggi importante, ma le soluzioni proposte hanno fallito nel concreto.
Secondo il premo Nobel il conservatorismo finanziario, necessario per contenere gli eccessi di spesa, non deve portare al pareggio di bilancio e alla lotta all’inflazione a tutti i costi. Questi estremismi economici, infatti, porterebbero alla conflittualità sociale, imponendo ai cittadini più poveri sacrifici sociali spesso non necessari. Amartya Sen conclude dicendo che i dilemmi sociali possono essere risolti solo attraverso scelte sociali fondate sulla partecipazione dei cittadini, con discussioni e dibattiti aperti. Una indicazione unilaterale, anche se viene dai migliori esperti, non è in grado di offrire da sola alcuna soluzione.
Pasquale Latorre
Confapi Matera
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