Innovazione e produttività industriale

Quando si discute di produttività la gran parte delle argomentazioni fanno riferimento alla possibilità di ottenere gli stessi risultati riducendo il numero degli addetti e non come forse sarebbe più innovativo e corretto, con gli stessi addetti aumentare ciò che si realizza.

È questo un compito certamente complesso che può verificarsi quando i titolari di attività ed i manager gestori e non semplici “tagliatori”,  decidono di sviluppare sia un volume significativo di investimenti, sia ambiti auto motivazionali per i loro collaboratori che li inducano ad imboccare la strada del cambiamento e dell’impegno.

In effetti il peso che possono avere le conseguenze della motivazione sulla produttività del lavoro sono particolarmente rilevanti quando si attivano le motivazioni intrinseche che sono quelle dinamiche non riferite alla semplice retribuzione ed all’ambiente di lavoro, ma che puntano sulla crescita professionale e relazionale, con conseguente gratificazione individuale/sociale e che si fondano sulla coerenza e riallineamento tra le aspirazioni del lavoratore,il  gusto e l’orgoglio del far bene e la vision e mission aziendale.

Infatti nel caso dei tagli di personale si riducono i costi, ma non si incide sulla reale capacità di innovare,  aumentando invece gli investimenti sul “capitale umano”che è, con lo sviluppo della tecnologia, il vero motore dell’innovazione, si accresce la capacità di produrre idee, sviluppando soluzioni e dal momento che una modalità per aumentare la produttività è anche quella che transita attraverso il rafforzamento della penetrazione dei nostri prodotti sui nuovi mercati, si raggiungono obiettivi  produttivisticamente più significativi.

In ambito di conti Pubblici poi, le manovre di riduzione della spesa con tagli del personale,tipicamente adottabili in momenti di crisi ed in presenza di deficit e debito elevato, non selettive ed indiscriminate, portano con se anche un notevole potenziale depressivo per le attività economiche complessive di un Paese.

Il nostro apparato produttivo, composto essenzialmente di micro e piccole imprese, spesso non idonee ad attivare ed attirare investimenti significativi, necessiterebbe più che di complicati trasferimenti finanziari, di specifici e specialistici “servizi alla produzione”in grado di realizzare sinergie di sistema, per aumentare la capacità competitiva, superando la storica frammentarietà dell’offerta, affiancati anche con un sostegno continuativo dell’apprendimento sequenziale e strutturato, per favorire l’inventività utilitaristica.

Uno dei servizi alla produzione più efficaci ed al contempo più economici ed in grado di generare velocemente nuove opportunità di crescita, è senza dubbio la realizzazione di reti di connettività e convergenza, di nuova generazione, in grado di accelerare la gestione dei flussi informativi e di fornire servizi mirati a quei comparti quali il meccanico, la farmaceutica, gli apparecchi medicali, i macchinari per imballaggio e gli strumenti di precisione, nei quali siamo ancora in grado di primeggiare.

Alla Stato poi spetterebbe il compito di elaborare ed attuare particolari politiche industriali volte a premiare le aggregazioni tra realtà produttive affini ed i centri di ricerca universitari, piuttosto che trasferire risorse necessariamente esigue solo alle singole azienda e tra di loro.

Agendo in questo modo sarebbe possibile, valutando le peculiarità del nostro sistema produttivo  attivare i driver per farci transitare, nelle classifiche europee dell’innovazione, da “moderate followers”, a “innovation followers” ed infine a “innovation leader”(European Innovation Scoreboard).

In effetti le costanti bocciature che le ricerche internazionali infliggono al Nostro Paese in tema di innovazione, sono determinate da fattori che fanno riferimento agli “input” (hardweare) dell’innovazione, quali: gli investimenti complessivi, la percentuale dei laureati in discipline scientifiche, il numero totale dei ricercatori sul totale degli occupati, ecc.

Se si valutano invece gli output (softweare) quali quelli che si riferiscono al numero degli occupati nelle attività tecnologicamente più avanzate e a quello dei brevetti nei settori specifici, si nota un’Italia a due velocità con il Nord Ovest, Nord Est ed alcune aree del Centro che evidenziano performance di elevato livello.

Questa situazione dovrebbe di conseguenza indurre ad agire per far  conoscere e valutare le “buone pratiche”in essere nelle aree più avanzate del Paese, al resto del territorio Italiano, grazie alla capacità di strutturare reti di relazioni e transazioni.

In effetti l’Italia investe meno della media Europea per sostenere le attività innovative, distribuendo però le risorse su una platea molto più ampia di imprese, con una conseguente dispersione e riduzione del rendimento e per di più elargendo contributi sulle singole aziende piuttosto che a comparti di filiera.

Pertanto sono le zone meridionali del Paese e quelle storicamente più arretrate che penalizzano la Nazione nel suo complesso; quindi politiche che rilancino l’innovazione al Sud, accrescerebbero la produttività e genererebbero effetti positivi su tutta l’Italia. Occorrerà di conseguenza focalizzare le risorse su quelle aziende, indipendentemente dalla localizzazione geografica, che si impegneranno a cooperare tra loro, attivandosi per realizzare iniziative congiunte e di cooperazione tra loro ed i centri di ricerca universitari.

Congiuntamente si dovrà agire per ridurre gli adempimenti burocratici e formali che senza riuscire a garantire la correttezza delle azioni, frenano per di più,  gli investimenti e favoriscono il cattivo funzionamento del nostro modo di fare business che non riesce a rilanciare la sua competitività come sistema Paese.

Infatti il nostro tessuto di PMI che vale circa il 95% del totale delle aziende, che determina il 40% degli investimenti fissi lordi, circa il 33% del fatturato delle vendite globali e impiega il 50% degli occupati totali, deve decisamente imboccare la strada dello sviluppo dell’inventività, individuare significative modalità di riaggregazione, tutelando gli assetti proprietari, e strutturandosi in network specialistici, agire per affermarsi congiuntamente sui mercati emergenti.

Per non pagare quindi alla crisi un prezzo più elevato dell’attuale, si dovrà infine definire un sistema di soluzioni efficaci e poco costose, come nella tradizione migliore della nostra inventività, che sappiano essere compensative dei rischi che inevitabilmente si dovranno correre.

Bisognerà sacrificare qualcosa dell’attuale benessere e stabilità ed accettare qualche sacrificio, per costruire una nuova modernità e strumentazioni per progredire, approfittando dell’attuale situazione che evidenzia tutte le caratteristiche dei periodi di transizione, in cui si intrecciano sia i rischi che le opportunità.

Sono indispensabili nuovi paradigmi per governare i sistemi produttivi, le istituzioni, gli assetti sociali ed anche le tradizionali categorie di pensiero, non che alcune strumentazioni di supporto che dovranno transitare attraverso le sette M di una nuova sintassi operativa.

In definitiva stiamo parlando di una nuova mappa per rilanciare innovazione e competitività aziendali che dovrà far perno sulla Maturità, intesa come accettazione di responsabilità individuali, sociali ed ambientali, sul Merito, come ricerca ed inserimento nelle attività economiche dei migliori talenti, per favorire le opportunità di crescita e contrastare il “familismo amorale”ed il “capitalismo di relazione” del nostro ambiente economico e sociale.

Sul Mercato, come terreno di confronto aperto, libero da posizioni dominanti e di rendita e privo di barriere all’ingresso, con sburocratizzazioni e semplificazioni, per favorire le piccole e medie imprese che senza essere grandi come dimensioni lo possono essere per l’impiego di processi gestionali trasversali. Sul rilancio del Manifatturiero come scelta di valorizzare una nostra specificità e la nostra tradizionale capacità di “fare”, nei tanti comparti che caratterizzano la nostra eccellenza produttiva che dovrà però sapersi giovare delle sinergie aggregative e di territorio.

Sulla Manutenzione ed il recupero dei tanti saperi e delle conoscenze che si stanno disperdendo e rischiano di impoverire il Paese, nei comparti produttivi, culturali, ambientali, paesaggistici ed architettonici.

Sulla Marginalità che può essere recuperata con investi sui nuovi processi gestionali,fondati sul recupero delle risorse, sulle sinergie aggregative, sulle opportunità della “green economy” ed anche equilibrando le fonti di finanziamento e superando l’attuale, focalizzata unicamente sul finanziamento bancario a breve termine.

Infine sul Marketing post contestuale, inteso come la costruzione di partnership corealizzative con fornitori strategici e “clientisti” (clienti protagonisti), per sviluppare con loro prodotti e servizi innovativi e sostenibili, pensati e realizzati congiuntamente, traendo spunto dai nostri punti di forza produttivi ed in grado di risolvere problematiche complesse ed individuare soluzioni vincenti all’attuale crisi.

Luigi Pastore