L’industria siderurgica è sotto pressione per ridurre le emissioni di CO₂ senza compromettere la qualità e la disponibilità dell’acciaio. Ma tra acciaio vergine e riciclato, quale opzione è più sostenibile? Con l’Europa impegnata nella transizione ecologica, il dibattito è sempre più acceso.
La produzione di acciaio vergine tramite altoforno e convertitore a ossigeno è tra le più inquinanti. Richiede materie prime come pig iron e calce viva, con un forte utilizzo di carbone e gas metano. Le emissioni possono variare da 2,5 a oltre 5 tonnellate di CO₂ per ogni tonnellata di acciaio prodotto. L’acciaio riciclato riduce il consumo energetico fino al 70% e l’uso di acqua del 40%, limitando l’estrazione di nuove materie prime. Tuttavia, il suo costo varia a causa della volatilità dei prezzi dell’energia e della limitata economia di scala.
Il ruolo dell’Unione Europea
L’UE sta affrontando la sfida con il Clean Industrial Deal, che include lo Steel and Metals Action Plan, in uscita il 19 marzo 2025. Questo piano potrebbe introdurre incentivi per riciclatori e produttori di acciaio sostenibile.
Nonostante il tasso di recupero del 99% in Europa, il rottame disponibile non è sufficiente per coprire il fabbisogno industriale. Inoltre, la ripetuta rifusione ne altera la composizione chimica, limitandone l’uso in settori con alte esigenze meccaniche.
Innovazione per un futuro sostenibile
Oltre al riciclo, la decarbonizzazione del settore richiede nuove tecnologie, come la riduzione diretta del ferro con idrogeno (Direct Reduced Iron – DRI), che elimina il carbone dal processo produttivo, riducendo drasticamente le emissioni.
“La transizione verso un’acciaieria a basse emissioni passa attraverso un doppio binario: massimizzare il riciclo e investire in tecnologie pulite per la produzione di acciaio vergine” – afferma Saverio Lapini, CEO di Ollum.
Il futuro dell’acciaio sostenibile passa dunque da un equilibrio tra innovazione e economia circolare, per un settore più verde e competitivo.
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