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  • Ambiente e Energia

Il picco del petrolio

  • Lug 18, 2010
petrolio innovazione industria innovare innovareweb
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Fin dagli anni ’70 si sente discutere, specie fra gli ambientalisti, delle conseguenze del superamento del picco del petrolio e quindi del prossimo esaurimento dei combustibili fossili in genere. Le catastrofiche previsioni si sono sempre rivelate infondate e la disponibilità di combustibili fossili invece è negli anni sempre aumentata.

Il primo a parlare di picco del petrolio fu Marion King Hubbert alla fine degli anni ’50. L’esperto geologo statunitense ammonì il governo e gli industriali del suo Paese sui rischi legati ad uno sviluppo economico forsennato basato sulla disponibilità a basso costo del petrolio texano. I pozzi di petrolio hanno tutti la caratteristica di aumentare negli anni la quantità di petrolio erogato, di raggiungere un picco di produzione e poi di declinare più o meno velocemente. Il petrolio infatti si trova incorporato nel sottosuolo in grandi “spugne” fatte di vari tipi di sedimenti, concrezioni rocciose ed altri materiali di vario genere. Quando si perfora il terreno sovrastante e si arriva al giacimento, la pressione degli strati di terreno, con l’aggiunta di decine di metri d’acqua se il giacimento è localizzato sotto un fondale marino, causa la risalita del greggio. Negli anni il petrolio trova sempre meglio “la strada verso l’uscita” e la produzione aumenta. Poi il giacimento si esaurisce e il flusso cala, in alcuni casi velocemente, in altri molto lentamente.

Hubbert fissò la data del picco per il Texas nel 1972 e non fu creduto e invece… aveva perfettamente ragione! Per gli USA fu uno shock enorme, aggravato poi nel 1974 dalla quadruplicazione dei prezzi del greggioda parte del neonato cartello OPEC. Oggi gli USA, grazie anche ai giacimenti dell’Alaska, possiedono il 2% delle riserve mondiali, ma ne consumano ogni anno oltre il 25% della quantità che viene estratta. Da decenni l’occidente si trova impegnato in guerre e in operazioni internazionali dall’etica quantomeno dubbia, per difendere la propria possibilità di approvvigionarsi di petrolio. Ad aggravare la situazione sono arrivati anche i cosiddetti paesi emergenti (Cina, India, Brasile, ecc.) che sviluppano le loro economie molto velocemente e si presentano sul mercato dell’energia a reclamare la loro fetta di torta.

Ma, come accennato all’inizio, finora sembra che di petrolio ce ne sia per tutti. Da anni la produzione di greggio cresce di continuo. Quest’anno ci dovremmo attestare sugli 86,5 milioni di barili al giorno e l’anno prossimo dovremmo arrivare alla soglia degli 87 milioni di barili al giorno. Sembra a tutti che la soglia dei 90 milioni sia oramai a portata di mano e invece forse non è proprio così. Uno dei maggiori esperti mondiali che ha dedicato la sua vita al petrolio, il dott. Colin Campbell, recentemente ha dichiarato che fin dal 1981 consumiamo più greggio di quello che riusciamo a trovare di nuovo, intaccando pesantemente le riserve. Secondo Campbell abbiamo già superato il picco e nei prossimi anni vedremo l’inizio di un lento declino della produzione, in ragione di circa il 2,3% in meno ogni anno. A rafforzare il preoccupato messaggio, ci ha pensato lo scorso 8 maggio il comitato scientifico di ASPO Italia, l’associazione nazionale per lo studio del picco del petrolio www.aspoitalia.it , il quale ha inviato una lettera aperta a tutti i presidenti di regione, di provincia e degli altri enti locali italiani avente per tema gli ultimi dati sulla situazione del picco mondiale del petrolio. La lettera ha lo scopo di informare del problema le amministrazioni in modo che inizino a prepararsi al cambiamento individuando nuove soluzioni, specie nell’ambito dei trasporti, legati ancora per il 90% ai combustibili fossili.

Nella lettera si afferma che la produzione di petrolio convenzionale, che è in pratica tutto il petrolio con cui è stato alimentato il metabolismo sociale ed economico mondiale almeno negli ultimi 50 anni, ha superato un picco di capacità nel 2008, ed è prevista declinare con un tasso annuo del 4%. L’apporto di petrolio non convenzionale, essenzialmente sabbie bituminose e altri progetti simili, non coprirà che in minima parte il deficit che si sta aprendo tra domanda e offerta. Tale deficit è rappresentato, nella figura, dall’area bianca classificata come l’insieme dei progetti produttivi ancora da identificare, che si trova tra la porzione colorata della figura data dalla somma della produzione delle varie categorie di liquidi combustibili e la curva in colore blu scuro, che rappresenta le previsioni dell’AIE (Agenzia Internazionale per l’Energia) sulla domanda da oggi al 2030. In altre parole, la parte colorata della figura rappresenta la realtà, la parte bianca l’immaginazione.

Questa quantità di petrolio “immaginario” ammonterebbe, nel 2030, alla cifra stratosferica di 60 milioni di barili al giorno, pari alla produzione attuale di sei produttori come l’Arabia Saudita. I problemi, tuttavia, inizieranno molto prima, allorché la domanda inizierà a superare definitivamente l’offerta determinando un sensibile e permanente aumento del prezzo del greggio, in un probabile contesto di fluttuazioni e turbolenze legate ai problemi del comparto finanziario. L’ASPO parla di un inizio dei problemi nell’arco di 2 o 3 anni.

 Gli effetti sull’economia e sulla produzione industriale nel breve e medio periodo sono facilmente intuibili e possono essere schematicamente suddivisi in due aree: quella della mancanza di crescita economica e quella degli effetti negativi sulla globalizzazione.

E’ chiaro che senza energia a basso costo non è possibile avere una crescita economica come quella alla quale eravamo abituati. Sarà già molto difficile mantenere le posizioni, ricordando che comunque, a partire dalla crisi finanziaria del 2008, siamo tornati ai livelli del 1985 perdendo circa il 20% della produzione industriale. Ci sono forti probabilità che avremo altre cadute, intervallate da periodi di lenta ripresa. Nel medio periodo si decresce.

Per quanto concerne la globalizzazione, è probabile che nel tempo vada in crisi come modello di riferimento. La causa è legata all’insostenibilità dei costi di trasporto delle merci sulle lunghe distanze. Tutte le imprese che esportano sanno quanto sono aumentati di costi di trasporto e di spedizione negli ultimi 10 anni. Un ulteriore drammatico aumento dei prezzi nuocerebbe in maniera importante alla competitività delle merci che vengono da lontano. Però, mentre i paesi emergenti, grazie ai bassi costi di produzione, possono sopportare più a lungo un aumento costante dei costi di spedizione, noi occidentali, salvo che per alcune fortunate nicchie di produzione, avremmo presto seri problemi.

Queste notizie poco rassicuranti sono certamente negative, da qualunque punto si guardino, per le grandi aziende. Invece nascono grandi nuove opportunità per le piccole e le medie imprese legate al territorio di appartenenza. E anche di quelle che, a fianco del mercato dell’esportazione, hanno mantenuto o ricreato una presenza nei mercati domestici. Il futuro sarà di quelle aziende che riescono a diventare importanti nel mercato locale, stringendo forti legami col territorio di riferimento, cercando di ridurre i costi di produzione con un atteggiamento orientato alla sobrietà e all’etica. La qualità dei prodotti dovrà essere accompagnata da una politica dei prezzi giusti e da in autentico impegno verso tecnologie e metodi per processi produttivi sostenibili a livello ambientale. Più al sicuro saranno le imprese che operano nei settori vitali per la vita della gente, come il comparto alimentare, quello dell’acqua, dell’abbigliamento, delle costruzioni, dell’energia e della salute. Anche senza il picco del petrolio, questi orientamenti sono utili e lungimiranti. Per percorrere i nuovi sentieri con successo, occorre avere visione, coraggio e disponibilità al cambiamento.

Giordano Mancini

redazione

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Edra Edizioni S.r.l. – Viale Enrico Forlanini 21- 20134 Milano

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